Ogni societa` plasma modelli culturali di riferimento per elaborare i grandi eventi della vita: la morte e` uno di quelli piu` dolorosi e tragici da trattare e proprio qui la cultura e` chiamata ad assolvere il suo compito: comportamenti appropriati, cibi tabu`, vestiti che e` bene indossare e altri da evitare, riti di commiato, parole che e` bene dire e gesti che dimostrano il proprio rispetto. Condividere i significati legati a questi gesti dona sicurezza a chi li compie o vi assiste perche ́ e` come parlare la stessa lingua: ci si capisce e si affronta insieme qualcosa che spaventa ma con cui tutti siamo chiamati a confrontarci. L’unione fa la forza. Cos`ı facendo, si tenta di far diventare umana la morte perche ́ i riti la incanalano e ci insegnano i modi in cui affrontarla, gestirla e renderla meno intrisa di ignoto. Ma cosa succede quando una societa` e` povera di questi riti? Questo e` proprio il caso della societa` moderna e contemporanea italiana[1]. Pur volendo evitare grandi e sterili generalizzazioni su un paese molto variegato per tradizioni culturali e processi storici che ne hanno plasmato l’aspetto e il contenuto, e` difficile affermare che esista oggi una cultura funebre importante e condivisa su larga scala. Per l’antropologo diventa allora interessante soffermarsi ad osservare i nuovi processi per trattare la morte, modi spontanei di elaborare il lutto e di ricordare chi non c’e` piu`. Tra questi tentativi di addomesticare la morte, il presente contributo si propone di analizzare quello dei tatuaggi: espliciti segni di commemorazione e lutto che fissano indelebilmente sulla pelle la morte di chi ci ha lasciati. Metodologia Le informazioni che si intendono presentare derivano dalla ricerca antropologica sul campo svolta da maggio 2008 a novembre 2012 in diverse localita` italiane.

(2014). Addomesticare la morte: un’interpretazione antropologica del tatuaggio . Retrieved from https://hdl.handle.net/10446/313303

Addomesticare la morte: un’interpretazione antropologica del tatuaggio

Manfredi, Federica
2014-01-01

Abstract

Ogni societa` plasma modelli culturali di riferimento per elaborare i grandi eventi della vita: la morte e` uno di quelli piu` dolorosi e tragici da trattare e proprio qui la cultura e` chiamata ad assolvere il suo compito: comportamenti appropriati, cibi tabu`, vestiti che e` bene indossare e altri da evitare, riti di commiato, parole che e` bene dire e gesti che dimostrano il proprio rispetto. Condividere i significati legati a questi gesti dona sicurezza a chi li compie o vi assiste perche ́ e` come parlare la stessa lingua: ci si capisce e si affronta insieme qualcosa che spaventa ma con cui tutti siamo chiamati a confrontarci. L’unione fa la forza. Cos`ı facendo, si tenta di far diventare umana la morte perche ́ i riti la incanalano e ci insegnano i modi in cui affrontarla, gestirla e renderla meno intrisa di ignoto. Ma cosa succede quando una societa` e` povera di questi riti? Questo e` proprio il caso della societa` moderna e contemporanea italiana[1]. Pur volendo evitare grandi e sterili generalizzazioni su un paese molto variegato per tradizioni culturali e processi storici che ne hanno plasmato l’aspetto e il contenuto, e` difficile affermare che esista oggi una cultura funebre importante e condivisa su larga scala. Per l’antropologo diventa allora interessante soffermarsi ad osservare i nuovi processi per trattare la morte, modi spontanei di elaborare il lutto e di ricordare chi non c’e` piu`. Tra questi tentativi di addomesticare la morte, il presente contributo si propone di analizzare quello dei tatuaggi: espliciti segni di commemorazione e lutto che fissano indelebilmente sulla pelle la morte di chi ci ha lasciati. Metodologia Le informazioni che si intendono presentare derivano dalla ricerca antropologica sul campo svolta da maggio 2008 a novembre 2012 in diverse localita` italiane.
2014
Manfredi, Federica
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