In Jean Louis Schefer's "The Ordinary Man of Cinema" we find a suggestive evocation of cinema in an image of "Vampyr": "In Dreyer's film we see the wheel of the mill, the flour, the vampire forced against a wall [...] Here, the gears and the pulleys are a device of time, and their movements produce the disappearance of a body in the dust". The dragging of the film as a sine qua non of the moving image (and therefore of the film show), but also as the very root of its cancellation. This combination of wonder and horror, spectacle and death, places the film equipment in the same family of devices that Michel Carrouges, in the company of Duchamp, called " bachelor machines ". Can we speak of the cinema as the real equivalent of the imaginary machines of Jarry and Roussel? Is there really a "celibate" vocation in cinema? This essay aims to highlight how in the current panorama of Italian cinema there is at least one director, Luca Ferri (Bergamo, 1976), whose work - and in particular the feature film "Ecce Ubu" (2012), examined here - can be considered a real implementation of the cinema as a bachelor machine. Ferri seems to use the cinematographic device in an analogous way to Kafka's torture machine: he stripped the body of the film down to the bone (the simple, repetitive, obsessive movement of the images), and at the same time ruthlessly recorded its collapse under the annihilated gaze of the spectators/victims. Far from any fetishism of the film, as well as any archaeological intent, Ferri's cinema, in its ancient essentiality, puts us in front of the ultimate destiny of the moving images: their destruction.

Ne "L'uomo comune del cinema" di Jean Louis Schefer troviamo una suggestiva evocazione del cinema in un'immagine di "Vampyr": «Nel film di Dreyer vediamo la ruota del mulino, la farina, il vampiro costretto contro un muro […] Qui, gli ingranaggi e le pulegge sono un apparecchio del tempo, e i loro movimenti producono la scomparsa di un corpo nella polvere». Il trascinamento della pellicola come conditio sine qua non dell'immagine in movimento (e quindi dello spettacolo cinematografico), ma anche come radice stessa della sua cancellazione. Questo legare insieme meraviglia e orrore, spettacolo e morte, pone l'apparecchio cinematografico nella stessa famiglia di marchingegni che Michel Carrouges, sulla scorta di Duchamp, ha battezzato “macchine celibi”. Si può parlare quindi del cinematografo come corrispettivo reale delle macchine immaginarie di Jarry e Roussel? Esiste davvero nel cinema una vocazione “celibe”? Il presente saggio intende evidenziare come nell'attuale panorama del cinema italiano esista almeno un regista, Luca Ferri (Bergamo, 1976), la cui opera – e in particolare il lungometraggio "Ecce Ubu" (2012), qui preso in esame – può considerarsi una vera e propria attuazione del cinematografo come macchina celibe. Ferri sembra usare il dispositivo cinematografico in modo analogo alla macchina del supplizio di Kafka: scarnifica il corpo del film sino all'osso (il semplice, ripetitivo, ossessivo movimento delle immagini), e insieme ne registra impietosamente il collasso sotto lo sguardo annichilito degli spettatori/vittime. Lontano da ogni feticismo della pellicola, così come da qualsiasi intento archeologico, il cinema di Ferri, nella sua essenzialità antica, quasi “lumièriana”, ci pone di fronte al destino ultimo delle immagini in movimento: la loro distruzione.

(2014). Dall’epifania mancata alla macchina del supplizio. Su alcune figure nei film di Luca Ferri [journal article - articolo]. In CINERGIE. Retrieved from http://hdl.handle.net/10446/135372

Dall’epifania mancata alla macchina del supplizio. Su alcune figure nei film di Luca Ferri

Gimmelli, Gabriele
2014-01-01

Abstract

In Jean Louis Schefer's "The Ordinary Man of Cinema" we find a suggestive evocation of cinema in an image of "Vampyr": "In Dreyer's film we see the wheel of the mill, the flour, the vampire forced against a wall [...] Here, the gears and the pulleys are a device of time, and their movements produce the disappearance of a body in the dust". The dragging of the film as a sine qua non of the moving image (and therefore of the film show), but also as the very root of its cancellation. This combination of wonder and horror, spectacle and death, places the film equipment in the same family of devices that Michel Carrouges, in the company of Duchamp, called " bachelor machines ". Can we speak of the cinema as the real equivalent of the imaginary machines of Jarry and Roussel? Is there really a "celibate" vocation in cinema? This essay aims to highlight how in the current panorama of Italian cinema there is at least one director, Luca Ferri (Bergamo, 1976), whose work - and in particular the feature film "Ecce Ubu" (2012), examined here - can be considered a real implementation of the cinema as a bachelor machine. Ferri seems to use the cinematographic device in an analogous way to Kafka's torture machine: he stripped the body of the film down to the bone (the simple, repetitive, obsessive movement of the images), and at the same time ruthlessly recorded its collapse under the annihilated gaze of the spectators/victims. Far from any fetishism of the film, as well as any archaeological intent, Ferri's cinema, in its ancient essentiality, puts us in front of the ultimate destiny of the moving images: their destruction.
articolo
2014
Ne "L'uomo comune del cinema" di Jean Louis Schefer troviamo una suggestiva evocazione del cinema in un'immagine di "Vampyr": «Nel film di Dreyer vediamo la ruota del mulino, la farina, il vampiro costretto contro un muro […] Qui, gli ingranaggi e le pulegge sono un apparecchio del tempo, e i loro movimenti producono la scomparsa di un corpo nella polvere». Il trascinamento della pellicola come conditio sine qua non dell'immagine in movimento (e quindi dello spettacolo cinematografico), ma anche come radice stessa della sua cancellazione. Questo legare insieme meraviglia e orrore, spettacolo e morte, pone l'apparecchio cinematografico nella stessa famiglia di marchingegni che Michel Carrouges, sulla scorta di Duchamp, ha battezzato “macchine celibi”. Si può parlare quindi del cinematografo come corrispettivo reale delle macchine immaginarie di Jarry e Roussel? Esiste davvero nel cinema una vocazione “celibe”? Il presente saggio intende evidenziare come nell'attuale panorama del cinema italiano esista almeno un regista, Luca Ferri (Bergamo, 1976), la cui opera – e in particolare il lungometraggio "Ecce Ubu" (2012), qui preso in esame – può considerarsi una vera e propria attuazione del cinematografo come macchina celibe. Ferri sembra usare il dispositivo cinematografico in modo analogo alla macchina del supplizio di Kafka: scarnifica il corpo del film sino all'osso (il semplice, ripetitivo, ossessivo movimento delle immagini), e insieme ne registra impietosamente il collasso sotto lo sguardo annichilito degli spettatori/vittime. Lontano da ogni feticismo della pellicola, così come da qualsiasi intento archeologico, il cinema di Ferri, nella sua essenzialità antica, quasi “lumièriana”, ci pone di fronte al destino ultimo delle immagini in movimento: la loro distruzione.
Gimmelli, Gabriele
(2014). Dall’epifania mancata alla macchina del supplizio. Su alcune figure nei film di Luca Ferri [journal article - articolo]. In CINERGIE. Retrieved from http://hdl.handle.net/10446/135372
File allegato/i alla scheda:
File Dimensione del file Formato  
Dall'epifania_Ferri_Gimmelli.pdf

accesso aperto

Versione: publisher's version - versione editoriale
Licenza: Creative commons
Dimensione del file 1.59 MB
Formato Adobe PDF
1.59 MB Adobe PDF Visualizza/Apri
Pubblicazioni consigliate

Aisberg ©2008 Servizi bibliotecari, Università degli studi di Bergamo | Terms of use/Condizioni di utilizzo

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/10446/135372
Citazioni
  • Scopus ND
  • ???jsp.display-item.citation.isi??? ND
social impact