L’ultimo rapporto della Banca Mondiale sulle disuguaglianze conferma che nel 2021, dopo tre decenni di globalizzazione nei mercati di beni e servizi, sotto la spinta di una crescente integrazione dei mercati dei capitali, le disuguaglianze globali rimangono estremamente pronunciate: sono grandi oggi quanto lo erano all’inizio del XX secolo, ma a fronte di una ricchezza molto più elevata e molto più concentrata. Inoltre, la pandemia da Covid-19 ha esacerbato queste disuguaglianze globali. I dati mostrano che l’1% più ricco ha assorbito quasi il 40% di tutta la ricchezza aggiuntiva accumulata dalla metà degli anni Novanta, con un’accelerazione dal 2020. Altre analisi, parte del lavoro condotto dall’economista Branko Milanovic, suggeriscono che l’82% della crescita di ricchezza che si è verificata nel 2016 è andata all’1% dei più ricchi; mentre la metà più bassa non ha visto alcuna crescita in ricchezza. L’1% più ricco detiene, quindi, più ricchezza di tutto il resto del mondo. Questi trend dovrebbero essersi confermati, se non acuiti, durante gli ultimi tre anni segnati dalla pandemia: gli incrementi dei valori di borsa – in un periodo peraltro marcato da una crisi della produzione e occupazione mondiale – hanno riguardato le imprese attive nel settore dell’e-trade e quelle al vertice del settore tecnologico, che hanno spinto per un poderoso spostamento verso il lavoro in remoto. A ben guardare, la disuguaglianza globale è diminuita negli ultimi tre decenni, soprattutto spinta dalla crescita elevata che si è prodotta nel continente asiatico. Tuttavia, nella maggior parte dei Paesi, in particolare nelle economie più avanzate, la disuguaglianza interna è aumentata. Come tanti studi segnalano, un’elevata disuguaglianza può essere dannosa per la stabilità macroeconomica e per una crescita sostenuta a lungo termine. Un’eccessiva disuguaglianza può erodere la coesione sociale, portando alla polarizzazione politica. Questo può minare alla base il consenso per riforme di medio e lungo termine, che richiedono sforzi prolungati che vadano al di là del ciclo politico, riducendo in questo modo la crescita economica. Questi trend relativi alle disuguaglianze si sommano a quelli inerenti la povertà estrema, sui quali si erano visti progressi negli ultimi decenni. Sempre secondo la Banca Mondiale, la pandemia ha causato una inversione senza precedenti nella riduzione della povertà, esacerbata dall’aumento dell’inflazione e dagli effetti della guerra in Ucraina. Si stima che queste crisi combinate porteranno a un ulteriore 75-95 milioni di persone che vivranno in condizioni di povertà estrema nel 2022, rispetto alle proiezioni pre-pandemia. Di seguito diamo conto degli sviluppi delle disuguaglianze negli ultimi decenni, guardando alle differenti dimensioni in cui esse si manifestano e suggerendo indicazioni per percorsi di policy che facciano leva sullo sviluppo del capitale sociale.

(2022). La crisi sociale globale . Retrieved from https://hdl.handle.net/10446/239097

La crisi sociale globale

Brugnoli, Alberto;
2022-01-01

Abstract

L’ultimo rapporto della Banca Mondiale sulle disuguaglianze conferma che nel 2021, dopo tre decenni di globalizzazione nei mercati di beni e servizi, sotto la spinta di una crescente integrazione dei mercati dei capitali, le disuguaglianze globali rimangono estremamente pronunciate: sono grandi oggi quanto lo erano all’inizio del XX secolo, ma a fronte di una ricchezza molto più elevata e molto più concentrata. Inoltre, la pandemia da Covid-19 ha esacerbato queste disuguaglianze globali. I dati mostrano che l’1% più ricco ha assorbito quasi il 40% di tutta la ricchezza aggiuntiva accumulata dalla metà degli anni Novanta, con un’accelerazione dal 2020. Altre analisi, parte del lavoro condotto dall’economista Branko Milanovic, suggeriscono che l’82% della crescita di ricchezza che si è verificata nel 2016 è andata all’1% dei più ricchi; mentre la metà più bassa non ha visto alcuna crescita in ricchezza. L’1% più ricco detiene, quindi, più ricchezza di tutto il resto del mondo. Questi trend dovrebbero essersi confermati, se non acuiti, durante gli ultimi tre anni segnati dalla pandemia: gli incrementi dei valori di borsa – in un periodo peraltro marcato da una crisi della produzione e occupazione mondiale – hanno riguardato le imprese attive nel settore dell’e-trade e quelle al vertice del settore tecnologico, che hanno spinto per un poderoso spostamento verso il lavoro in remoto. A ben guardare, la disuguaglianza globale è diminuita negli ultimi tre decenni, soprattutto spinta dalla crescita elevata che si è prodotta nel continente asiatico. Tuttavia, nella maggior parte dei Paesi, in particolare nelle economie più avanzate, la disuguaglianza interna è aumentata. Come tanti studi segnalano, un’elevata disuguaglianza può essere dannosa per la stabilità macroeconomica e per una crescita sostenuta a lungo termine. Un’eccessiva disuguaglianza può erodere la coesione sociale, portando alla polarizzazione politica. Questo può minare alla base il consenso per riforme di medio e lungo termine, che richiedono sforzi prolungati che vadano al di là del ciclo politico, riducendo in questo modo la crescita economica. Questi trend relativi alle disuguaglianze si sommano a quelli inerenti la povertà estrema, sui quali si erano visti progressi negli ultimi decenni. Sempre secondo la Banca Mondiale, la pandemia ha causato una inversione senza precedenti nella riduzione della povertà, esacerbata dall’aumento dell’inflazione e dagli effetti della guerra in Ucraina. Si stima che queste crisi combinate porteranno a un ulteriore 75-95 milioni di persone che vivranno in condizioni di povertà estrema nel 2022, rispetto alle proiezioni pre-pandemia. Di seguito diamo conto degli sviluppi delle disuguaglianze negli ultimi decenni, guardando alle differenti dimensioni in cui esse si manifestano e suggerendo indicazioni per percorsi di policy che facciano leva sullo sviluppo del capitale sociale.
2022
Brugnoli, Alberto; Rosa, Samuele
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