L’articolo analizza il rapporto tra populismo politico e populismo penale, sostenendo che i due fenomeni, pur nati come ambiti distinti di ricerca, risultano oggi sempre più intrecciati nelle democrazie contemporanee. L’autore parte dall’idea che i neopopulismi abbiano trasformato profondamente le post-democrazie, modificando non solo i sistemi politici ma anche la cultura democratica e il modo in cui i cittadini concepiscono la sovranità popolare. Seguendo l’impostazione di Margaret Canovan, il populismo viene interpretato come una semplificazione della democrazia fondata sull’idea mitica del “popolo” contrapposto alle élite. La prima parte del saggio ricostruisce le principali teorie sul populismo politico. Viene proposta una distinzione tra populismi storici e neopopulismi contemporanei, sviluppatisi dopo la Guerra Fredda in contesti diversi, dall’Europa all’America Latina. L’autore richiama la classificazione di Canovan, che distingue tra populismi agrari e populismi politici, soffermandosi su vari modelli: dittatura populista, democrazia populista, populismo reazionario e populismo dei politici. Il testo evidenzia inoltre i principali approcci teorici contemporanei: il populismo come ideologia “thin-centered” antielitaria (Mudde), come discorso politico (Laclau) e come strategia di mobilitazione sociale. In tutti i casi, emerge una logica dicotomica tra “noi” e “loro”, in cui il popolo viene rappresentato come depositario autentico della sovranità contro le élite considerate corrotte o distanti. La seconda parte affronta il tema del populismo penale, definito come l’uso delle politiche punitive per ottenere consenso politico più che per garantire giustizia o ridurre la criminalità. A differenza del populismo politico, il populismo penale non dipende necessariamente dalla presenza di un leader carismatico, ma si manifesta come una distorsione del rapporto tra opinione pubblica, politica e sistema giudiziario. Riprendendo gli studi di Bottoms e Pratt, l’autore mostra come la percezione della criminalità venga spesso manipolata attraverso paure collettive, stereotipi e spettacolarizzazione mediatica. Vengono individuati tre elementi tipici del populismo penale: la glamourizzazione del crimine, che trasforma la cronaca nera in spettacolo; la destatisticalizzazione, cioè il ricorso a percezioni e narrazioni emotive anziché a dati reali; e l’enfasi sulle sanzioni riparative e punitive, che privilegiano la punizione esemplare rispetto alla riabilitazione del colpevole. Nelle conclusioni, l’autore sostiene che il populismo penale si diffonde soprattutto nei sistemi politici già segnati da una trasformazione populista generale. Il caso italiano viene presentato come emblematico: il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica avrebbe favorito l’emergere di un “multipopulismo” caratterizzato dalla competizione tra diverse forze populiste e dalla progressiva affermazione di una mentalità giustizialista e punitiva. Leggi come quelle sull’omicidio stradale, i pacchetti sicurezza o il decreto Rave vengono interpretate come esempi di una crescente influenza del populismo penale sulla legislazione italiana. L’articolo conclude quindi che il populismo politico e quello penale condividono una comune trasformazione della cultura democratica, fondata sulla delegittimazione delle mediazioni istituzionali e sull’esaltazione diretta della volontà popolare.

(2024). Populismo politico e populismo penale [journal article - articolo]. In ETICA PUBBLICA. Retrieved from https://hdl.handle.net/10446/326286

Populismo politico e populismo penale

Anselmi, Manuel
2024-01-01

Abstract

L’articolo analizza il rapporto tra populismo politico e populismo penale, sostenendo che i due fenomeni, pur nati come ambiti distinti di ricerca, risultano oggi sempre più intrecciati nelle democrazie contemporanee. L’autore parte dall’idea che i neopopulismi abbiano trasformato profondamente le post-democrazie, modificando non solo i sistemi politici ma anche la cultura democratica e il modo in cui i cittadini concepiscono la sovranità popolare. Seguendo l’impostazione di Margaret Canovan, il populismo viene interpretato come una semplificazione della democrazia fondata sull’idea mitica del “popolo” contrapposto alle élite. La prima parte del saggio ricostruisce le principali teorie sul populismo politico. Viene proposta una distinzione tra populismi storici e neopopulismi contemporanei, sviluppatisi dopo la Guerra Fredda in contesti diversi, dall’Europa all’America Latina. L’autore richiama la classificazione di Canovan, che distingue tra populismi agrari e populismi politici, soffermandosi su vari modelli: dittatura populista, democrazia populista, populismo reazionario e populismo dei politici. Il testo evidenzia inoltre i principali approcci teorici contemporanei: il populismo come ideologia “thin-centered” antielitaria (Mudde), come discorso politico (Laclau) e come strategia di mobilitazione sociale. In tutti i casi, emerge una logica dicotomica tra “noi” e “loro”, in cui il popolo viene rappresentato come depositario autentico della sovranità contro le élite considerate corrotte o distanti. La seconda parte affronta il tema del populismo penale, definito come l’uso delle politiche punitive per ottenere consenso politico più che per garantire giustizia o ridurre la criminalità. A differenza del populismo politico, il populismo penale non dipende necessariamente dalla presenza di un leader carismatico, ma si manifesta come una distorsione del rapporto tra opinione pubblica, politica e sistema giudiziario. Riprendendo gli studi di Bottoms e Pratt, l’autore mostra come la percezione della criminalità venga spesso manipolata attraverso paure collettive, stereotipi e spettacolarizzazione mediatica. Vengono individuati tre elementi tipici del populismo penale: la glamourizzazione del crimine, che trasforma la cronaca nera in spettacolo; la destatisticalizzazione, cioè il ricorso a percezioni e narrazioni emotive anziché a dati reali; e l’enfasi sulle sanzioni riparative e punitive, che privilegiano la punizione esemplare rispetto alla riabilitazione del colpevole. Nelle conclusioni, l’autore sostiene che il populismo penale si diffonde soprattutto nei sistemi politici già segnati da una trasformazione populista generale. Il caso italiano viene presentato come emblematico: il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica avrebbe favorito l’emergere di un “multipopulismo” caratterizzato dalla competizione tra diverse forze populiste e dalla progressiva affermazione di una mentalità giustizialista e punitiva. Leggi come quelle sull’omicidio stradale, i pacchetti sicurezza o il decreto Rave vengono interpretate come esempi di una crescente influenza del populismo penale sulla legislazione italiana. L’articolo conclude quindi che il populismo politico e quello penale condividono una comune trasformazione della cultura democratica, fondata sulla delegittimazione delle mediazioni istituzionali e sull’esaltazione diretta della volontà popolare.
articolo
2024
Anselmi, Manuel
(2024). Populismo politico e populismo penale [journal article - articolo]. In ETICA PUBBLICA. Retrieved from https://hdl.handle.net/10446/326286
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